martedì 24 gennaio 2012

“L’arte di arrangiarsi”: storia di Terenzio, castellano, socialista dell’Ottocento [ racconto di Paolo Brega ]

[ "Felice Cavallotti", radicalsocialista ]


Siamo abituati all’elegia dei personaggi che, con le loro idee, hanno fatto la storia e tendiamo ad enfatizzarne le gesta, trasformando il concreto vivere in favola epica. Paolo Brega, castellano, di un socialista della prima ora, Terenzio di Castel San Giovanni, contemporaneo di Felice Cavallotti, ci racconta, invece, l’essere uomo nell’ordinario quotidiano, a partire dal disperato bisogno di soldi che aguzza l’ingegno e, appunto, l’arte di arrangiarsi: sono questi, quelli che s’arrangiano, quelli che s’ingegnano, i veri eroi dell'esistenza libera e consapevole



[ Maggio 1898, Milano, protesta del pane, barricate verso via Volta a Porta Garibaldi ]

Dopo aver trascorso un decennio nelle contrade naifs di Luzzara, Terenzio fece ritorno tra i vigneti di Creta con la moglie Corinna, nobildonna alquanto decaduta, e quattro figli. Nominato maestro elementare a Castel San Giovanni pensò di dedicarsi alla giovanile passione giornalistica pubblicando un giornaletto politico orientato alla scapigliatura radicale di Felice Cavallotti.

Con le critiche, anche aspre, ai reazionari nazionali conquistò un certo consenso di lettori e conseguenti introiti pubblicitari. Fu quando cominciò a graffiare la consorteria locale e gli affari del Comune che iniziarono i guai.

Essendo i “perfidi consorti” influenti su quei delegati scolastici che sorvegliavano il suo operato di insegnante e su quei commercianti che pagavano la pubblicità, si trovò ben presto senza lavoro e con gli oneri derivanti dalla stampa e dalla diffusione (in diminuzione) del suo giornaletto.

Le tasche e la dispensa di casa si svuotarono rapidamente e inesorabilmente costringendolo a trasferirsi a Borgonovo, dove per antiche rivalità campanilistiche, quelle che erano considerate colpe nel luogo di provenienza si trasformavano in benemerenze. Qui riuscì a “sbarcare il lunario” e trovò i finanziamenti per impiantare un nuovo e più ambizioso giornale.

Memore dei pasti saltati in precedenza, Terenzio pensò di utilizzare il nuovo periodico come cassa di risonanza di originali espedienti che lo riguardavano. I suoi nuovi lettori informandosi delle battaglie cavallottiane e delle prime agitazioni contadine scoprivano così che dal direttore del giornale potevano avere <preventivi per l’installazione di parafulmini> della ditta milanese “Cav. Mazzoni” o acquistare biciclette londinesi “Iron e Worrhos” <al prezzo di £. 240 cadauna>.

All’appuntamento settimanale con le polemiche anticlericali e antigovernative si univano le segnalazioni per l’acquisto “di carta da zucchero, da caffè, da pasta e da alimenti in genere” rivolgendosi alla titolata moglie di Terenzio, mentre con lui personalmente si potevano negoziare confezioni dello “Sciroppo Gordini” <depurativo e rinfrescativi del sangue e degli umori>.

Nel gennaio 1897, mentre si avvicinavano le elezioni politiche ed i conferenzieri radicali imperversavano in ogni angolo della Val Tidone, il direttore del giornale che li fiancheggiava si spostava spesso a Piacenza, in via Sant’Eufemia 12 per condurre un “Ufficio d’affari  e di ragioneria” <in grado di disbrigare dietro mite compenso transazioni e pratiche di ogni sorta>.

Mentre per Cavallotti si avvicinava l’ora dell’ultimo fatale duello, Terenzio mostrava particolare lungimiranza, abbracciando l’emergente socialismo e nel frattempo ai suoi lettori poteva vendere, oltre alla nuova fede politica, anche gli stampati piacentini della “Tipografia Progresso” o le fisarmoniche stradelline di “Mariano Dallapé”.

Le sommosse popolari del 1898 con annesse cannonate di Bava Beccaris portarono qualche guaio al giornale e qualche giorno di prigione al suo direttore, nascostosi inutilmente in un cascinale di Bilegno.

Le pubblicazioni sarebbero riprese dopo qualche tempo, ma nella nuova veste di organo ufficiale di partito che mal si conciliava con le inserzioni pubblicitarie personali del suo fondatore ed ex direttore.

Ma ormai la redazione era diventata il recapito naturale delle attività extragiornalistiche di Terenzio ed i nuovi gestori furono costretti a pubblicare un comunicato per invitare <coloro che avevano in corso interessi privati con l’ex direttore ad inviare la corrispondenza presso il suo “Ufficio di commissioni, rappresentanze e patrocinio legale”.

Per molti anni non si ebbero più notizie dell’attività giornalistica di Terenzio, né delle sue molteplici attività “secondarie”.

Trasferitosi a Piacenza e lasciato l’insegnamento, aveva trovato impiego presso l’Ufficio Daziario. I suoi figli si erano nel frattempo accasati e forse si era attenuato il suo bisogno di soldi.

Solo con la notizia della sua scomparsa si scoprì che negli anni precedenti  non aveva abbandonato l’esercizio dell’arte di arrangiarsi.

Fra coloro che manifestarono pubblicamente il loro cordoglio, figurava il direttore dell’Agenzia Pompe Funebri alla quale Terenzio <aveva prestato saltuariamente la sua opera>.

[ Maggio 1898, Milano, protesta del pane, barricate sul corso Garibaldi ]

“Ferragosto 1892”: Luigi, bracciante delegato al Congresso dei Lavoratori a Genova, vede il mare [ racconto di Paolo Brega ]


[1892, Genova] Notevole disputa dialettica tra Turati, Prampolini e gli anarchici
al Congresso dei Lavoratori convocato nel capoluogo ligure: sarà necessaria la prima divisione della sinistra per proclamare la nascita del Partito Socialista

La sera di sabato 13 agosto 1892, Luigi il bracciante era in procinto di partire per Genova dove avrebbe rappresentato la Cooperativa al congresso del Partito dei Lavoratori. Era agitato da alcuni giorni, sia per l'importanza dell'appuntamento politico che per le peripezie da compiere per raggiungere il capoluogo ligure.

Vissuto da sempre nelle campagne comprese tra il Po, il Trebbia ed il Tidone, Luigi non aveva mai viaggiato in treno e si era spostato solo nei dintorni a piedi o con qualche biroccio di fortuna.

Con il Cabrini di Piacenza aveva organizzato i particolari del viaggio: fino a Voghera sarebbe andato con il biroccio di Tugnon, un carrettiere che simpatizzava per i socialisti, quindi sarebbe salito sul treno speciale proveniente da Milano.

I compagni della Cooperativa avevano fatto una colletta per coprire le spese essenziali: "ma se vai in un casino a Genova, paghi con i tuoi soldi" gli avevano detto scherzando. La moglie era entusiasta per il compito affidato al marito dai compagni, mentre i figli, che non avevano mai visto il mare, associavano Genova solo a quello e volevano dal padre una adeguata spiegazione di com'era fatto.

Già il mare! Neanche Luigi lo aveva mai visto. In quella calda notte di cielo stellato, si mise in viaggio a piedi per raggiungere la casa di Tugnon nel villaggio vicino e di lì partire con il biroccio ed il cavallo. Se la moglie di Luigi si era rivelata favorevole a quel viaggio "congressuale" non lo era altrettanto la consorte di Tugnon che stava ancora ricoprendo di improperi il marito per quel servizio non pagato, svolto in orario proibitivo e per fini, a suo dire, pericolosi.

Giunti alla stazione di Voghera alle prime luci dell'alba, Luigi salì sul treno speciale carico di compagni euforici e festosi. Tugnon lo salutò commosso "la vista di tutti quei compagni e di quelle bandiere mi consola di tutti gli insulti che prenderò ancora da mia moglie" disse imboccando la strada del ritorno.

Arrivato a Genova nella tarda mattinata, andò in corteo con i compagni di viaggio alla sala Sivori, dove il congresso era già praticamente bloccato dallo scontro tra i socialisti e gli anarchici. C'era gente che urlava da tutte le parti, dentro e fuori la sala, quella che doveva essere una grande festa dei lavoratori si presentava come una bolgia infernale.

Aggiornato dal Cabrini sugli eventi in corso e sulla complessa posizione degli operaisti, Luigi superò lo sconcerto iniziale ascoltando i discorsi appassionati di Turati e Prampolini, poi nel pomeriggio il congresso fu sospeso.

Si apriva una serata di contatti fra i capi per superare l'empasse congressuale, offrendo ai delegati il tempo necessario per visitare la città. Luigi non aveva dimenticato l'impegno preso con i figli di vedere il mare e spiegare com'era fatto, quindi assieme al delegato dei fornai di Piacenza raggiunse la zona del Porto.

Trovatosi di fronte la distesa azzurra, mossa da onde leggere, scrutò l'orizzonte, come faceva quando era in riva al Po, cercando invano di vedere una sponda dalla parte opposta. Cercava di riflettere sull'inedita visione marina, ma il suo accompagnatore gli parlava continuamente del congresso impedendogli di concentrarsi. Dormì con altri congressisti sotto al portico di una Società Operaia  ed al mattino di Ferragosto lo svegliò Cabrini concitato: il congresso sarebbe proseguito senza gli anarchici, ma in un luogo diverso, sotto i pergolati della Società Carabinieri Genovesi anziché alla sala Sivori.

Qui il clima era più disteso, Cabrini stesso fece una splendida relazione, parlando, fra l'altro, delle cooperative bracciantili come quella di Luigi. Alla fine restava qualche contrasto, ma il Partito era nato e fra i presenti dominava l'entusiasmo per aver compiuto un atto destinato a cambiare la storia dei lavoratori.

Prima di ripartire, Cabrini diede istruzioni a Luigi per riunire i compagni della Cooperativa ai quali lui stesso sarebbe andato a relazionare sui risultati del congresso. Luigi ne fu contento, in effetti non aveva compreso bene tutti i passaggi congressuali e gli sarebbe stato difficile far capire ai suoi compagni cos'era accaduto. Ora lo preoccupava il ritorno a casa, dove avrebbe incontrato i figli ed a loro doveva spiegare, senza l'aiuto di Cabrini, una cosa solo in apparenza più semplice: com'era fatto il mare.

lunedì 23 gennaio 2012

“Il nome della paura”, racconto breve inedito di Giuseppe Merico da Bologna, blogger, scrittore

Ascoltando il mare, olio su tela di Elisabetta Bianchi


Ho visto la luce avanzare dal fondo della stanza, ho aspettato, ho fatto finta di contare, ho cercato di ingannare il tempo, ho cercato di ingannare la mia morte, la luce si è fatta più presente, ha invaso la stanza tutta e poi credo di essere morto, anzi lo so quasi per certo, poi sono morto. Fine.



Questa breve storia che porta all’esito più infausto che un essere umano possa immaginare per la propria vita è iniziata una settimana fa, adesso non pensate a lunedì, non tutte le storie cominciano di lunedì, né tanto meno tutte le settimane. Diciamo che era un giorno qualsiasi della settimana scorsa. Era mattino presto e come mia abitudine, mi ero svegliato prima degli altri, ho lasciato mia moglie di sopra, l’ho lasciata sul letto, sul suo lato, quello di destra, quello più vicino alla porta, anche se dovrei essere io a dormire nelle vicinanze dell’ingresso alla camera da letto, penso sia più un posto da uomo, ma tra me e mia moglie non ho ancora capito chi è che riveste il ruolo di maschio dominante, a mia moglie manca solo il cazzo per il resto è lei il capitano della nave. Io mi limito a preparare colazioni e così facevo quella mattina. Misi su il caffè e aspettai che venisse fuori ascoltando un pezzo jazz che mandava la radio accesa, misi su il latte, il brano jazz era lungo, disposi le tovagliette di plastica sul tavolo, tre, una per me, una per mia moglie, una per Silvia, nostra figlia. Il caffè venne fuori del tutto, il latte cominciò a bollire e il brano jazz si dilungava oltremodo infastidendo la mia pazienza. Odio il jazz. Da sempre. Quando mi avvicinai alla radio per farla tacere, spegnerla o al limite cambiare programma ala ricerca di musica con meno puzza sotto il naso, ecco che lo vidi. Se ne stava dietro il frigorifero, lì dove teniamo l’asse da stiro. Fui colto da uno spavento antico, mi si strinsero le chiappe, i peli sulle braccia si drizzarono e credo mi spuntò pure qualche capello bianco, così, all’istante. Guardai bene, poi mia moglie mi chiamò dal piano di sopra:

 - Filippo, scendo?

- Ehm…sì- Dissi con mezza voce che si infilava su per le scale e l’altra mezza che mi moriva nella gola.

- Filippo?-

- Ehm…. Sì?-

- Cosa c’è?- Fece mia moglie dalla camera da letto.

- Latte, caffè, merendine e il pezzo di torta avanzato da ieri.- Le risposi.

- No, cos’hai ?- Mi disse mia moglie mentre si affacciava dalla porta in cima alle scale.

Guardai dietro al frigorifero. Non c’era più niente.

Mia moglie mi guardò strano, anche io mi guardai strano, poi scese Silvia, nostra figlia e iniziammo la giornata.

A sera, rientrati a casa, ebbi paura, ma lo feci lo stesso, guardai dietro al frigorifero, niente. Quella notte, io e mia moglie scopammo bene, la paura provata al mattino necessitava di essere esorcizzata dal corpo.

Il giorno seguente, aprii la porta del bagno per fare acqua dopo la notte. Dopo aver finito tirai lo sciacquone, con gli occhi ancora mezzi chiusi feci scorrere l’acqua fredda, adoro l’acqua fredda in estate. Mi lavai la faccia, guardai nello specchio, il mio volto, la barba da fare, un brufolo sulla fronte sotto l’attaccatura dei capelli, poi lo vidi, dietro di me, lo vidi attraverso lo specchio. Mi congelai in un attimo, se mi avesse fatto qualcosa non sarei stato in grado di reagire, mi si strinse di nuovo il culo, i peli si rizzarono, la bocca mi si seccò, l’acqua scorreva, la mia faccia gocciolante. Paura. Venne mia figlia a interrompere il terrore.

- Papà?- Mi chiamò oltre la porta chiusa del bagno.

- Sì, Silvia.- Risposi, arrancando tra le parole.

- Papà, hai fatto?-

Mi diressi verso la porta senza guardarmi alle spalle, girai la chiave, vidi mia figlia, la abbracciai, lei mi disse:

- Papà, che fai? Sono grande!-

Continuai ad abbracciarla.

La giornata è trascorsa serena, in macchina, accompagnando Silvia alla scuola elementare, io e mia moglie parlammo del nostro futuro viaggio a Lisbona, saremmo partiti tutti e tre non appena Silvia avesse terminato la quarta. Mancava una manciata di giorni e avremmo preso l’aereo dall’aeroporto Marconi. Quel giorno, escludendo l’episodio del bagno, non accadde null’altro.

Ero inquieto, mi aggiravo per casa con il timore di rivederlo, guardavo sospettoso negli angoli, mentre leggevo il giornale seduto sul divano sollevavo gli occhi e li facevo girare per la stanza, mia moglie se ne accorse e mi chiese:-Cos’hai?- Mi disse proprio così: “Cos’hai?”. Già, cos’avevo? Non le risposi, non risposi a me stesso. Accadde giorni dopo, ero in macchina, sempre di mattina. Aspettavo Silvia e mia moglie. Partiamo assieme, lascio mia moglie in ospedale dove lavora e Silvia a scuola. I platani verdi ondeggiavano nella verde brezza mattutina. Lo vidi sotto un albero, lo guardai, lui ricambiò lo sguardo in qualche modo. Le mie mani cominciarono a sudare mentre stringevo il volante, il motore spento. La paura è reattiva, la paura è utile, se non provassimo paura non saremmo in grado di reagire al pericolo, così dicono, ma talvolta la paura ti blocca, ti irrigidisce così che non puoi fare nulla se non guardare la fonte della paura e il tuo comportamento simile ad una statua di sale. Ti sgretoli. Continuai a guardarlo, non riuscivo a distogliere lo sguardo, se ne stava sotto il platano. Il mio cuore prese ad andare a mille, lo sentivo, sarebbe schizzato via dalla cassa toracica, la mia aorta sarebbe esplosa, sarebbe accaduto qualcosa di simile, se non fosse scomparso. Scomparve.

Ed ecco che venne alla mente un ricordo lontanissimo lasciato fuggire come un cavallo imbizzarrito dalla stalla del passato. Di fatto, i frequenti accessi di paura provati in quei giorni mi riportarono a una paura più antica provata il giorno in cui due miei amici mi legarono ad un palo in una villa che noi chiamavamo “dei fantasmi”. Tutto nacque come un gioco e di gioco si trattava se non fosse stato che mi lasciarono lì legato fino a quando non venne notte. Forse si erano scordati di me, forse i loro genitori li avevano chiamati per la cena, forse eravamo solo bambini. La villa dei fantasmi non era abitata, non più. Ci aveva vissuto un vecchio nobile, lo chiamavano “il conte”. Lo trovarono morto impiccato nella cantina, ai suoi piedi un grosso libro nero che raccoglieva i racconti di Edgar Allan Poe. Fu tutto un mistero gotico, la sua morte, i libri sparsi per terra, la grossa somma di denaro che venne ritrovata tra le pagine di quel libro nero. Il conte non aveva eredi, i soldi vennero stanziati per alcuni progetti comunali, la villa venne messa in affitto, ma nessuno decise di andarci a vivere, così il comune decise di venderla, ma rimase inabitata per anni fino a quando non venne abbattuta come le cose brutte e al suo posto ora sorge il parco comunale. Quella notte però, la villa esisteva ancora e il palo al quale ero legato anche. Il buio arrivò col canto della civetta che si diceva portasse scalogna a chi lo avesse ascoltato, le rane nel fiume, che scorreva non lontano dalla villa, presero a gracidare e a chiamarsi con la loro voce umida. La mia paura montò e divenne più grande di me, più forte di me. Mi decisi ad urlare, chiamai i miei genitori. Non so per quanto tempo me ne stetti lì da solo legato al palo ad urlare. Fatto sta che il mattino dopo ero nel mio letto con la febbre alta e saltai anche la scuola.

Mia moglie salì in macchina, mi disse che avevo il volto pallido, anzi no, disse “faccia”, proprio così, disse:

- Hai la faccia pallida.-

Mi guardai nello specchietto retrovisore. Era vero. Anche Silvia salì in macchina, partimmo. Guidai lentamente pensando alla mia paura, al nome che volevo darle, all’aspetto che aveva. Le macchine ci sorpassavano, guidavo in modo esageratamente cauto. La mia paura non aveva un nome, non aveva aspetto.

Quel giorno e quello successivo non accadde nulla, ma la paura era rimasta, ero sospettoso, aspettavo che sbucasse fuori da qualche ombra, da dietro la tenda, da dentro l’armadio, da sotto il letto, dal vano delle scale, dal bidone dell’immondizia, da sotto la mia scrivania in ufficio, da dentro l’ascensore, dal fondo del parco, dall’uscita di sicurezza del supermercato, dalla notte, dai sogni. Non accadde nulla.

La scuola di mia figlia finì. Quando la andai a prendere, l’ultimo giorno aveva un sorriso che mi diede la forza di continuare, in qualche modo mi svegliò dal torpore irreale nel quale la paura mi aveva condotto, come la morte sul suo destriero, in quei giorni. Anche per mia moglie arrivarono le tanto sospirate ferie. Salutò i suoi colleghi in ospedale e appena mi vide mi baciò con calore, con vigore. Non le dissi mai quello che mi stava accadendo, non ne feci mai parola e forse fu uno sbaglio perché almeno adesso lei potrebbe in qualche modo capire la causa della mia morte. Quel giorno mangiammo fuori, in una trattoria in collina. Mi ero rasserenato, saremmo tornati a casa, avremmo fatto le valigie e il giorno dopo saremmo partiti per il Portogallo. A sera, tornammo a casa. Di solito sono io che apro la porta di casa, che accendo la luce. Così feci quella volta. Girai la chiave nella toppa, aprii la porta, accesi la luce, mia moglie e Silvia erano rimaste un poco indietro, le sentivo sul vialetto, parlavano di costumi da bagno. La luce avanzò dal fondo della stanza, tra la porta della cucina e le scale che portano al piano di sopra. Non era la luce della lampadina che avevo acceso, no, era una luce innaturale, fredda, bianca. Al centro della luce c’era la sua sagoma, non so se mi stesse guardando o parlando, non sentii nulla, nemmeno dolore e nemmeno mi accorsi di tutto il resto, di quando mia moglie e Silvia mi trovarono riverso sul pavimento in una posa sguaiata o di quando venne l’ambulanza con le sirene spiegate nella notte o di quando il medico mi diagnosticò un infarto. In vita, ho cercato di dare il nome a molte cose, l’ho fatto, lo facciamo tutti sin da piccoli. Vediamo la mamma e impariamo a chiamarla “mamma”, poi “papà”, poi “casa” e ancora “pappa”. Diamo un nome a tutto fin quando non muoriamo, fintanto non incontriamo qualcosa come la paura alla quale non riusciamo a dare né aspetto né nome.


Giuseppe Merico da Bologna presentato da esso medesimo


Vesto in nero, ascolto musica discordante,
scrivo storie che cercano punti di rottura,
il mio esordio con “Dita amputate con fedi nuziali” è stato
ben accolto da Sergio Rotino, dalla rivista Inchiostro,
da Luigi Bernardi.
Collaboro con la
rivista Argo (www.argonline.it), scrivo per altre riviste alternative,
il presente racconto è stato scritto per Eleanor Rigby,
pamphlet di Milano.
A breve la mia seconda raccolta di racconti
dal titolo "Aspettando gli squali".



Colgo l’occasione per ringraziare Giuseppe per aver raccolto l’invito a pubblicare un racconto in Arzyncampo. Naturalmente con i più sinceri auguri per un futuro bianco e nero, ovvero di carta ed inchiostro.

"La morte cammina dolce sui binari della ferrovia", resoconti di cronaca 2006, di Claudio Arzani

Rotaie 2, olio su tela di Sabrina Ortolani

La sua era una vita tranquilla, non c’erano ragioni evidenti per togliersi la vita. Nessun biglietto nella sua abitazione, ad Alseno, lungo la via Emilia tra Parma e Piacenza, che spieghi le ragioni del gesto.
Gli agenti della polizia ferroviaria di Piacenza dovranno stabilire attraverso quale percorso la 58enne venerdi 20 ottobre ha raggiunto la stazione e i binari. Saranno anche effettuati controlli sul suo cellulare per capire con chi ha parlato nelle ultime ore di vita: una procedura di rito in casi come questo.
A travolgere la donna, venerdi alle 19 e 52, nei pressi della stazione di Fiorenzuola, è stato il convoglio regionale 33804 proveniente da Rimini.
I macchinisti hanno riferito che in quel momento la visibilità era scarsa: hanno visto qualcosa muoversi sui binari e hanno pensato ad un animale. Un attimo dopo, illuminata dai fanali della motrice, si è stagliata sui binari la figura di una persona: una donna che camminava nella stessa direzione del treno.
Non è stato possibilie evitare l’impatto.
La 58enne è stata travolta mentre dava le spalle al convoglio.
La Procura della Repubblica lavora sull’ipotesi del suicidio.

Venti ore dopo, sabato, pochi chilometri più avanti, a Cadeo, un’altra tragedia, un’altra esistenza che si chiude con un gesto disperato. Un artigiano 38enne di Pontenure poco prima delle 16 di sabato 21 ottobre si è tolto la vita gettandosi contro un treno merci diretto a Piacenza.
I macchinisti si sono  improvvisamente trovati di fronte una persona sui binari e a nulla è servito il disperato tentativo di bloccare il convoglio. L’uomo è stato investito in pieno e il suo corpo sbalzato a trenta metri dal punto dell’impatto.
Il 38enne aveva raggiunto la ferrovia in macchina, dalla via Emilia aveva imboccato via Sant’Anna, alle porte di Cadeo, una strada che arriva a ridosso della ferrovia.
L’auto è stata parcheggiata alla base di una antenna per la telefonia mobile. Era aperta, ma a bordo non era stato lasciato nulla che possa aiutare a capire le ragioni del gesto estremo.
Gli accertamenti da parte degli uomini della polizia ferroviaria si sono conclusi intorno alle 18, quando l’impresa funebre ha recuperato la salma.
In un primo tempo la linea è stata interrotta. Successivamente il traffico ferroviario è stato regolato a senso unico alternato sull’unico binario rimasto funzionante e i treni superavano a velocità ridotta il punto dove  erano al lavoro gli agenti della polfer e il personale delle ferrovie.
La conseguenza è stata l’accumularsi di forti ritardi, Molti treni sono arrivati  alla stazione di Piacenza 30-40 minuti dopo l’orario previsto e in qualche caso  il ritardo è stato di oltre un’ora.

domenica 22 gennaio 2012

"Stazione Piramide, un giorno di marzo", racconto di Claudio Arzani, inedito

L'attesa, olio su tela di Sandro Marasco

Attese l'apertura delle porte della vettura, ancora esitante: "oh, accidenti, ora smettila di fare la stupida", pensò decidendo di non scendere, di restare saldamente ancorata alle certezze d'una vita da tempo definita. 
Un marito, Ennio, generoso di tutte le attenzioni che potesse desiderare, Antonio ormai alla fine della leva col lavoro assicurato ed Elena, la 'piccola' Elena quasi sedicenne, bravissima al liceo.
Che cosa l'aveva spinta a lasciare quel biglietto, due parole, "Mi piaci", sulla scrivania di quell'uomo che nemmeno conosceva? Forse voglia di giocare, forse la certezza che lui, tanto, non avrebbe capito.
Pensò, ridendo di sé stessa, alla paura d'essere scoperta mentre s'intrufolava nella stanza vuota, all'impulso irrefrenabile di scrivere quel messaggio un po’ infantile, alla soddisfazione che l’aveva pervasa mentre lasciava un po’ trafelata il corridoio degli ambulatori dell'ASL, quella stessa gratificante soddisfazione che l'accompagnò sull'ascensore, tre piani più su, fino all'ufficio notarile dove lavorava dall'inizio dell'anno.
Un gioco di bimba a quarantun anni, forse il rifiuto inconscio di invecchiare. Che fosse quello? Un recondito bisogno di fuggire dal consueto, dal quotidiano, dalle illusioni svanite allo svanire della gioventù?
Psicologia da baraccone, aveva fatto spallucce, la bischerata era già finita, lui non avrebbe mai saputo di lei punto e basta.
Due giorni dopo, due parole, lo stesso biglietto, "Anche tu", lo trovò sulla scrivania, sporgente dall'agenda, e  rischiò il collasso. Si sentì avvampare, avvolta in una fiamma rossa, di vergogna, di disagio, e in fondo, massì, di soddisfazione, di piacevole civetteria.
Sul retro del biglietto, un appuntamento, "alle 18, alla Stazione Piramide del metrò". Sufficientemente lontano da casa, da amici, conoscenti, "dalla mia gente".
Non andare, non sei più una collegiale, si era ripetuta mille volte nella giornata, eppure proprio così si sentiva, come ventanni prima, coi libri sotto il braccio all'uscita da scuola, e avrebbe fulminato il notaio che - proprio alle 17 - l'aveva chiamata nello studio per "fare il punto del lavoro".
Per fortuna durò poco - ma a lei parve un'eternità - e con una corsa affannosa era riuscita a salire sul treno delle 17 e venti.
Guardò l'orologio, le 18 erano passate da sette minuti, ma lui certo era lì, da qualche parte sulla banchina sotterranea ad aspettare. Ma ormai aveva scelto, no, non sarebbe scesa.
"Allora signora, ci sbrighiamo?", l'apostrofò una voce seccata alle spalle. Stava proprio sul mezzo dell'uscita, impedendo il passaggio.
.    
Si ritrovò fuori meccanicamente, spinta più che decisa, un istante prima della chiusura delle porte, della partenza del convoglio.
Lui, fu lui a vederla, ad avvicinarsi mentre il metrò ripartiva lasciandoli soli. Impacciato non meno di quanto fosse imbarazzata lei, ma sorrideva.
Le sorrideva, con gli occhi, si sentì avvolta da una dolcezza che non ricordava dal tempo del liceo.
Mentre la banchina tornava a popolarsi in attesa del convoglio successivo si sedettero sulle poltroncine depositarie di decine di messaggi d'amore tracciati col pennarello.
Un po’ parlando, un po’ osservando i due operai della manutenzione comunale che, poco distante, stavano studiando -con tempi da moviola - un'infiltrazione d'acqua dal soffitto del tunnel.
Quanto tempo passò? Un'eternità. In realtà non più di venti minuti: sufficienti per ridarsi appuntamento per l'indomani, "stessa ora, se puoi", le disse lui.
E  lei si scoprì a pensare, "ti amo".
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"Bisogna essere deficienti", sbottò inviperito l'uomo alle sue spalle, passando a destra, urtandola in malo modo per uscire, per scendere dalla vettura..
Appena in tempo.
Scorrendo le porte del treno si rinchiusero.
Sentì gli occhi inumidirsi.
"Sì, ti amo", sussurrò, e per quello non era scesa, per non giocare, per restare adulta.
Non poteva.
Ma una lacrima si, una piccola, salata lacrima a racchiudere un gioco allegro, una brezza di primavera, un istante.
Col cuore sì.
Ma lei no, lei non era scesa.
Riaprì gli occhi, con la mano rassettò la gonna del completo blu indossato per piacere a lui, si sentì percorsa da un brivido, "chissà che sapore avranno i suoi baci".
Domani.
Domani ti bacerò”.
Sorrise, sì, era felice.
Il convoglio ripartì tuffandosi nel buio del tunnel.
Due operai della manutenzione comunale, presa una scala, stavano togliendo un pannello dal soffitto della stazione.

"Gloria", racconto di Claudio Arzani, pubblicato sul sito 'latelanera'

.
[ la storia di Gloria, scritta nei primi anni novanta, ha partecipato senza troppa fortuna al concorso "Sanguinario Valentino, storie d'amore finite male" (2004) e per lungo tempo ha fatto bella mostra di sè nella biblioteca virtuale del sito www.latelanera.com. Detto questo voglio in particolare dedicarla a N.M. per avermi detto, mentre le tenevo la mano per ammirare il suo meraviglioso brillante e mi perdevo in un mondo di sogno, "adesso restituiscimi la mia mano" commentando successivamente il tempo a suo dire eccessivo della trattenuta, mostrando con ciò delicatezza e vera sensibilità da elefante afghano: per questo meritando un ruolo importante nella storia, quello dell'arcigna Maga Magò. Senza con ciò naturalmente negarle immeritata simpatia e malriposto ma comunque eterno amore ]


Innamorati di periferia, 
olio su tela di Salvo Lombardo


Ammirò con malcelata soddisfazione i capelli con tutti quei ricci neri: "un buon lavoro", confermò alla Gloria che le restituiva il sorriso attraverso lo specchio. Si, Luciana le aveva promesso un miracolo e, come per incanto, i suoi capelli così dritti da ricordare quelli di Amelia, la strega del Vesuvio, erano diventati "mossi come le onde del mare, ciuffi allegri che si rincorrono sulla testa".
Un lungo pomeriggio tra riviste sfogliate, casco e Luciana che sferruzzava: pettini, spazzole, forbici. Alla fine un conto salato, naturalmente niente ricevuta fiscale, e la consapevolezza che l'indomani, dopo una serena dormita, tanto lavoro sarebbe finito in fumo.
Guardò con intensità la Gloria dello specchio che le restituì un'occhiata torva e una luce di grandeur negli occhi: "ma oggi siamo tanto belle da far stramazzare al suolo il nostro Paperino". E forse chissà, "Paperone ci consegnerà il suo amato primo cent!". Una risata cristallina, una punta di profumo, l'ultima sistemata alla gonna, una raddrizzatina al maglione, si sentì giovane, leggera, piena di vita, si, si sentiva felice.


Finalmente il campanello squillò: "ben arrivato, mio amato Paperino".
Quanti anni di silenzio, per quel campanello! Si sentì pervadere da un istante di tristezza: undici anni prima aveva attraversato quella porta, come da tradizione portata in braccio da Giovanni.
Bellissima, radiosa, splendente nell'abito bianco selezionato con tanta cura; e lui, grande, grosso, un gran bell'uomo, proprio come piaceva a lei. Risate, allegria, una festosa cerimonia alle spalle, vino e tante portate, e tanta voglia di salutare amici e parenti, di correre in camera, di far l'amore col suo uomo.
Undici anni, da allora.
Poi le settimane assieme, la colazione, il bacio prima del lavoro, l'allegria del ritorno, il preparargli la cena con le sue mani che s'infilavano dappertutto, le resistenze sempre meno convinte, sempre più timide e, alla fine, l'amore: sul letto, in cucina, nel bagno, in salotto, "quante anatre bruciate, amore mio!".
Tredici mesi, poi Giovanni se ne andò.  "Vado a prendere le sigarette", disse, proprio come nelle barzellette ma, all'angolo di via Roma, lo aspettava una macchina nera, uno strumento infernale guidato da un assassino ubriaco.
Da allora, per quel campanello, era stato il silenzio: dieci anni di duri sacrifici, di lacrime inconsolate.
E il campanello squillò ancora, "Paperino è impaziente, vengo subito gioia mia".
Un incontro casuale, solo poche settimane prima, alla fermata del pullman. Due sguardi che s'incrociano e, subito, una strana sensazione dentro, il desiderio che lui s'avvicinasse, il desiderio di parlargli, di conoscerlo. Ed era andata proprio così: lui, gentile, compito, s'era avvicinato, s'era proposto, l'aveva invitata per un caffè. Un caffè bevuto in fretta, in piedi, poi la corsa al pullman e l'appuntamento per un altro caffè. Giorni e giorni di incontri casuali, di occasioni trovate e cercate, poi le telefonate, i fiori "per l'onomastico che non c'è", i fiori "per un bacio", i fiori "perché sei bella", i fiori "perché" e, alla fine, il primo appuntamento.
Il campanello squillò per la terza volta e, finalmente, Gloria andò incontro al suo Riccardo: un saluto affettuoso, lui l'accompagnò alla macchina, le aprì la porta, l'aiutò a salire. Dalla finestra del terzo piano la solita signora Maggi, la perpetua del caseggiato, si sporse per vedere meglio: "crepa d'invidia, Maga Magò", pensò Gloria, mentre l'auto partiva e Riccardo le sorrideva.
Fu una sera fantastica. Un ristorante a due passi dal Teatro Municipale dove non aveva mai pensato di mettere piede e, a dire il vero, nemmeno Riccardo lo aveva mai previsto ma, confidenza per confidenza, "tu valevi ben la pena di qualcosa di speciale".
Un omino a modo, il suo Paperino, onesto lavoratore, qualche soldo da parte, un appartamento in proprietà, qualche sogno nel cassetto, molta sfortuna con le donne: per ogni Paperina che incontrava, c'era sempre qualche Gastone che sapeva farsi preferire. Tanta voglia di parlare, tanta gentilezza, tanta dolcezza e anche quel minimo di decisione che, in un uomo, non guasta mai.
Nel buio della sera, finita la cena, vagarono nella città senza meta, parlando, parlando, parlando, e, non saprebbe dire come, si ritrovarono affianco del grande fiume, tra piante e canneti, con l'immancabile luna che colorava d'argento le acque. Gloria si sentì avvolta nella tenerezza di Riccardo, nei suoi baci, il primo timido, d'esplorazione, e poi via via sempre più convinti sempre più caldi, sempre più intensi. Quelle mani! S'infilavano dappertutto, e lei resisteva, ne toglieva una, ne spuntava un'altra, la ritoglieva e lui la baciava, si abbandonava al trasporto di quel bacio e quasi non avvertiva il maglione che si alzava, "ma cosa fai?", chiedeva, e lui rispondeva "nulla", si tranquillizzava, lui la baciava e sentiva sparire la gonna.
Finché decise che basta, che il limite per quella sera era superato, era ora di tornare a casa! Riaprì gli occhi, rimase senza parole: si ritrovò sdraiata sul sedile, i suoi vestiti appoggiati al volante, la faccia tonda della luna che, attraverso il finestrino, le sorrideva maliziosa. "Ma come ha fatto?", si domandò, stupita. L'attimo le fu fatale, in quell'istante sentì Paperino che diventava una cosa sola con Amelia, una fatacosa, e, con stupore, si rese conto che Amelia era lei!
Fu il Vesuvio e, da quel giorno, fu felice.


Seguirono altre sere, altre cene, poi venne la pizza, il cinema, il teatro, la riva del grande fiume fu invece sostituita dalla camera di Riccardo, più comoda ed utilizzabile, perché no, anche di mattina, di pomeriggio e, qualche volta, per la notte intera. Si aggiunse qualche gita fuori porta, la prima, naturalmente, a Napoli, all'ombra del Vesuvio; poi qualche fine settimana al mare, nella tranquilla Gabicce; nel fresco dei monti, a Cervinia, qualche momento culturale, a Venezia, a visitare la mostra dei Celti.
Mesi e mesi di felicità. Poi, un giorno, dopo un periodo d'intenso lavoro, Paperino la invitò a due giorni nelle Cinque Terre. Non era mai stata in Liguria e Riccardo le parlò di posti bellissimi, di alberghi protesi a strapiombo sul mare, di aria salmastra che diventa tuttuno con l'aria di verdi colline stracolme di pinete e vigneti. Sistemò le cose a casa e partì con gioia, senza curarsi della fatica del lungo viaggio da affrontare con l'ormai vecchia 113: superate curve e viadotti della Cisa, in effetti si sentì un po' stanca all'apparire del cartello di LaSpezia ma l'aria del mare la ritemprò. Per non parlare del panorama!
Scendevano le prime ore della sera e loro affrontavano la collina che, a detta di Riccardo e dei segnali stradali, li avrebbe portati alle Cinque Terre.
Dopo qualche chilometro Riccardo accostò: Gloria sbirciò il cielo, non vide la luna e si tranquillizzò. No, Riccardo voleva mostrarle lo spettacolo, laggiù in basso, delle luci di LaSpezia riflessa nelle acque del mare, le luci degli incrociatori militari che beccheggiavano alla rada nel porto, la vita che scorreva in uno spettacolo impareggiabile. Rimase senza parole, e quasi non avvertì il movimento di lui che le alzava la gonna: tentò di riaversi, ma gli occhi le sfuggirono, s'alzarono al cielo mentre un alito di vento, una leggera brezza marina spostava le palme rivelando il quarto di luna finallora nascosto. Sorrideva, maliziosamente. Si rilassò, "è tutto normale", cercò le labbra di Riccardo, tanto per tenersi in equilibrio, e si lasciò andare al suo amore.
Quando riprese il controllo di sé, erano di nuovo in viaggio. Anzi, Riccardo stava fermando la macchina: "di nuovo?", si chiese Gloria un po' spaesata, cominciando a domandarsi se non fosse il caso di prendere la pillola. Invece, più semplicemente, "siamo arrivati", annunciò Riccardo, e lei tirò un sospiro di sollievo.


Proprio come aveva promesso Riccardo l'aveva portata in un albergo a strapiombo sul mare, una grande stanza tutta per loro, con un enorme balcone per lei, per godere dei raggi del sole e ripresentarsi al lavoro con una dorata tintarella, "da far schiattare d'invidia Maga Magò". Sì, l'indomani l'avrebbe dedicato all'abbronzatura, pensò aggirandosi sul terrazzo quasi a prenderne possesso: e fu in quel momento che, ammirando la distesa del mare, gli occhi le sfuggirono al cielo e rinotò il sogghigno del quarto di luna: "oh, mio Dio!".
Guardò Riccardo, incrociò i suoi occhi, ne vide la luce significativa e capì di non aver speranza; rassegnata, si rivolse al bagno, scacciò la tentazione di richiudersi e di dormire nella vasca, prese la pillola: non che servisse, "però non si sa mai". Non ebbe il tempo di raggiungere il letto: voleva provarne la morbidezza, pregustava già il riposo della notte dopo il lungo viaggio, ma Riccardo l'intercettò, avvolgendola in un dolcissimo abbraccio. "Ci siamo", pensò e stavolta cercò di mantenere la concentrazione, ben attenta ai movimenti delle sue mani, inesorabilmente dirette verso la gonna.
Niente! Solo un dolcissimo bacio sulla guancia eppoi così, d'improvviso, senza preavviso, "Gloria, mi vuoi sposare?".
Perse completamente il controllo, si sentì trasportare in cielo da un magnifico cavallo alato, immacolato, che galoppava tra due ali di angeli con trombe e pennacchi e, in lontananza, le campane di tutto il mondo che suonavano a festa. Era finita, dopo undici anni la solitudine era finita. Sentì un leggiadro profumo diffondersi nell'aria, riempirle le narici e, in quel momento, le apparve il volto di Luisa, sua figlia: stava giocando con le bambole in giardino.
Si risvegliò e, neanche a dirlo, il leggiadro profumo altro non era che il sudore di Riccardo: era stesa sul letto, la gonna alzata quel tanto che basta.
Lo guardò, vide Paperino trasformarsi nel lupo Ezechiele o forse, meglio, nel famelico Lupo Alberto, vide Luisa, appetibile gallinella sedicenne, portata in un cespuglio "per farti vedere la mia raccolta di farfalle".
Scostò Riccardo, "te le do io, le farfalle!".
Lui la guardò senza capire.
"No, che non ti sposo, come posso, amore mio?"
Si sistemò alla meno peggio la gonna, corse in bagno, girò la chiave nella toppa con rabbia, si sistemò nella vasca abbandonandosi ad un lungo pianto sommesso.
Luisa, che era rimasta dalla nonna, Luisa che aveva dieci anni, Luisa che cresceva come un fiore, lei poteva far questo a Luisa? No, non poteva, doveva restare sola, sola, sola, "ti prego capiscimi, Paperino".
Paperino non capì, pensò all'ombra lunga di un qualche Gennarino e non capì.
Quando, alle sei del mattino, lei uscì dal bagno trovò un biglietto, "Peccato, io ci contavo" e i soldi per il biglietto del treno, naturalmente prima classe.
Si lasciò cadere, seduta sul letto, le gambe larghe, la gonna un po' su come piaceva a lui e rimase per ore a fissare il muro bianco, immacolato come il cavallo alato del momento più bello della sua vita. "Ti amo, ti amo, ti amo", continuò a ripetere finché non scese la sera, il sole al tramonto allungò sempre più le ombre, il buio lentamente avvolse le cose della stanza.
Uscì sulla terrazza, alla ricerca della luna, ma un velo di lacrime le coprì gli occhi, "io ti amo" ma no, non poteva lasciare la piccola Paperetta yè yè nelle fauci di Lupo Alberto e ogni uomo, si sa, da che mondo è mondo è sempre stato un feroce lupo cacciatore.