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sabato 11 febbraio 2012

“Un incontro per caso”, fiaba di Silvana Trabanelli di Ferrara, dal blog “Amor ca’ nullo amato (poesia e non)” [24/01/2010]

Ali d'angelo, olio su tela, di Daniela Baldo

Una sera passeggiando lungo un viale alberato e poco illuminato, immersa
nei miei pensieri, accadde qualcosa che cambiò la mia vita.
Mi sembrò un sogno quel che vedevo, uno di quei sogni che ne farai uno
in tutta la tua vita. Sembrano reali e ti fanno svegliare nel cuore
della notte tutta sudata. Sogni , che ti cambiano la vita, e se non lo fanno, quantomeno ti fanno riflettere. Quei sogni che non dimentichi e
non sai perché ma ti restano dentro.- Un'ombra avanzava verso di me,
passò senza nemmeno guardarmi. Mi fermai un attimo. Intorno a me,
i colori della sera tarda si tingevano delle calde tonalità del tramonto.
L’aria profumava del buon odore , che solo chi è attento può sentire.
D'improvviso scese la notte, ed io mi trovai seduta sulla cima
di un monte, e da lontano potevo scorgere le luci della città.
Non capivo, mi rendevo solo conto che la situazione era cambiata...
Non stavo più passeggiando, ero sulla vetta di un monte.
Era tutto fantastico. Sedetti con le gambe rivolte alla valle.
Sotto di me vedevo le luci piccolissime lontane , come tanti
pulviscoli di stelle... Immaginavo i rumori della città. Pensavo che
ogni puntino era una vita, che si portava dietro il proprio bagaglio
di esperienze e ricordi. Migliaia di persone con vite diverse, guidate
tutte da un destino invisibile. Avevo quella sensazione, tutti hanno
quella sensazione quando guardano una città dall’alto. E,
mentre pensavo a queste cose, udii una voce, accanto a me.
«Certo che è proprio uno spettacolo la città, vista da
qui.» Risposi di si, senza voltarmi. La voce continuò.
«Vieni spesso quassù?» «No, questa è la prima
volta.» «Sai, io sono stato su tutti i tetti della città,
ma questo è il posto che preferisco. '' «Non lo so, questo è
il…» M’interruppi, perché lo vidi. Era un ragazzo, o forse una
ragazza, non lo capivo dalla voce ed era in penombra..
Però, ne vedevo il profilo ed era strano… cioè, aveva qualcosa
sulla schiena, qualcosa che sembravano un paio d’ali piumate,
richiuse e bianchissime. «…il… il primo monte che visito.» terminai.
Quello che io vedevo era un angelo, in posizione raccolta distante
non più di due metri da me. Non so se lui capi il mio stupore,
ma continuò a parlare: «Bhe, secondo me, questo è il migliore.
Si vedono le magnificenze umane e loro stessi che ti passano sotto.
Non so perché, ma qui la gente pensa più del solito.» «Pensa?» «Sì.
Non dire che non te ne sei accorta: quello coi capelli brizzolati
pensa al suo lavoro, quel bambino ai giocattoli che non
ha...» Ero impressionata. Diceva le stesse cose che avevo
pensato io un attimo prima! Lo osservavo mentre parlava.
Io non credevo agli angeli, o per lo meno non li immaginavo
con un’aureola o quanto meno illuminati di una vaga fluorescenza.
Questo no, non aveva aureola né era fluorescente.- -
Si era voltato a guardarmi. Vedevo i tratti del suo volto,
con la luce della luna, straordinariamente puliti e candidi.
Non capivo, però, il significato di quella domanda.
«E’… normale, come parliamo io e te. Può essere divertente,
o piacevole, o triste, o puoi anche essere in collera.» Vedevo in lui una
curiosità che lo spingeva a farmi mille domande.
Tuttavia, riusciva a trattenersi. «Piacevole?
Ma capiscono subito quello che gli dici?» «No, non sempre.
E allora devi spiegare meglio quello che non viene capito, e
magari ripeterlo ancora o alla peggio ricominciare da capo.»
L’angelo sembrava deluso. Ma continuava con le domande.
«E le parole? Come sono le parole che ti dicono?» «Come sono
le parole? A volte dure, a volte dolci… ma dipende di cosa
si parla.» «No, le parole… come sono?» «Vuoi dire il tono?»
«No no… le parole… come sono, come sono le loro
parole?» Non sapevo cosa rispondergli, continuavo a non
capire cosa volesse e cosa significassero le sue domande.
Lui si rabbuiò e di fronte al mio sguardo perso voltò il capo verso
il basso, verso la valle, e abortì tutte le domande che aveva in mente.
Poi, sottovoce, sussurrò: «Io non parlerò mai con
loro.» Non commentai. Ne ammiravo l’armonioso profilo.
«Io non posso.» Aveva l’aria triste. Io continuavo a tacere.
«Ho visto tante cose in questo mondo. Ho ammirato e pregato
per le meraviglie del mondo, ho gioito per le conquiste umane.
Ho agito al servizio dell’uomo e da Dio sempre ispirato.
Ma di tutto questo fare e girare, una sola cosa mi è preclusa.
Parlare con un uomo.» «Perché?» «Lo possono fare solo pochi di noi.
Solo gli arcangeli.» Non disse quella parola ma l’idea che ne ebbi
fu questa. Continuò: «C’è un piacere particolare a parlare
con loro, un sottile piacere che non si può descrivere.
Un misto di peccato e purezza. Loro sono la più bella delle
creature ed allo stesso tempo la più impura. Noi non
possiamo parlare con nulla che abbia peccato. A patto di perdere
le ali.» «Perdere le ali?» gli chiesi «che assurdità!» «Eppure, è così.
Perderemmo la capacità di volare. Resteremmo comunque invisibili,
ma saremmo come povere anime vaganti che aspettano il giorno
della chiamata, senza nessuna missione da compiere, con la sola
possibilità di parlare agli uomini senza neanche la certezza
di dire loro cose buone e giuste. No, meglio di no… Non varrebbe più
la pena di vivere.» «Non riesco ad immaginarti senza
ali.» gli dissi francamente. Lui sorrise. Poi, si s'alzò in piedi.
Guardava ancora giù. Poi si volse verso di me. Io ero ancora
seduta. «Grazie, mia cara. E’ stato un piacere parlare con te.»
E detto questo, spiccò un salto nel vuoto. Il tempo sembrò rallentarsi
per la quantità di pensieri che improvvisamente mi invasero la mente.
Era un angelo, sapeva volare, era spettacolare aver parlato con lui e
adesso vederlo spiccare il volo… ero certa di vivere un’esperienza
unica. Però, in quella frazione di secondo non ero tranquilla.
Qualcosa non quadrava. E me ne accorsi solo quando lo vidi
precipitare giù, a piombo, verso la valle giù in basso.
Cadeva guardandomi, sguardo triste, occhi in lacrime,
piccole gocce di pianto brillanti di luce dorata, mani tese, le ali ancora
ripiegate, non le apriva, non poteva. Aveva parlato con me.
«NO!» gli urlai, mentre lo guardavo cadere. «Io sono umana! NO! NO!!»
E lui mi rispose, nella mente. «Lo sapevo.» E piangeva, sussurrando
un addio. Mi svegliai di soprassalto. Ero agitatissima e sudavo. Avevo urlato.
Ancora adesso, nel ripensare a quell’immagine – quella dell’angelo
che cade – provo un senso di colpa e di impotenza disarmante.-
Ero rimasta impressionata.. Il fatto di essere umani,
“la più bella tra le creature ed allo stesso tempo la più impura”,
la condizione che abbiamo tutti, mi faceva stare male.
Cercai di ricordare la strada che vedevo, Ero proprio nella zona dove la
gente pensa… chissà cos’è, poi, che qui ci fa pensare.
Girai l'angolo. Percorsi alcune decine di metri, fra la gente
che passava indifferente e pensierosa. -Certo che- dissi tra me ,
fermandomi -quell’angelo deve aver fatto un bel botto quand’è caduto.-
Senza motivo, mi ero fermata e guardavo in su, l’alto dei palazzi
ed il nero della notte. Restai attonita nel vedere una lunga piuma
bianca scendere dolcemente e posarsi davanti a me, proprio lì,
a dieci centimetri, senza produrre alcun suono.
Con la voce tremante, gemetti: -Sarà… sarà di una colomba…
- Ero impietrita non distoglievo lo sguardo –
''Si, sicuramente sarà di una colomba...'' sì, sarà di una colomba.-




Silvana Trabanelli abita in provincia di Ferrara. Solare, piena di interessi, scrive e pubblica racconti e poesie. Da visitare il suo blog, "Amor ca' nullo amato (poesia e non)" mentre, per lo scaffale della libreria, si segnala la sua silloge 'Ascoltando il vento', Este edition
.

Silloge recensita in literarj

giovedì 9 febbraio 2012

“Spuntera un nuovo giorno e passerò per un camino”, racconto di Mara Depini, ospitato in occasione di un premio a Pistoia (13/12/2009)


Superato il confine i soldati del Reich occuparono le pianure e le terre di Polonia. Giunti ad Oswiecim, dopo aver tolto il diritto alla libertà di quella gente, cambiarono iil nome del paese e da quel giorno fu Auschwitz. Un buon posto, disse il comandante, per realizzare il campo di concentramento dove rinchiudere quei pezzenti
[Foto scattata nel campo principale di Auschwitz, ottobre 2009]

.

Domani spunterà di nuovo l'alba.
Un nuovo giorno prenderà vita, tutto intorno.
Nonostante me, e quelli che mi stanno intorno, e quelli che stanno là fuori.
E sarà un altro giorno di lavoro, disumano.
Perché così avranno voluto gli altri, quelli che mi somigliano, ma solo esteriormente. Io non lo avrò desiderato, quel giorno, così come non ho desiderato quelli che già sono venuti. Li avrò subiti, li subirò.
Contro la mia volontà, contro le mie convinzioni.
Perché domani potrebbe essere un giorno diverso, se potessi desiderarlo.
E se dopo averlo desiderato, potessi avverarlo.

Ma qui, in questo campo, di cui ho dovuto imparare il nome, così come ho dovuto imparare il numero tatuato sul mio braccio sinistro, a forza, non posso desiderare nulla. Solo che tutto finisca.
Presto.

E non so neppure se desiderare che finisca perché la mia vita tornerà ad essere quella di prima, o desiderare che finisca perché la vita non sia più.
Perché qui ti fanno desiderare la morte, ogni giorno, ogni minuto, perché tutto questo orrore finisca. Ma io, e forse non solo io, ho deciso di non obbedire più agli ordini. Nel senso che ho deciso di smettere di desiderare la morte.
 
Semplicemente, per dispetto, desidero tornare alla vita.
Quella di prima, prima del campo, delle torture, del lavoro duro, della fame, del freddo, della paura. Prima ancora del ghetto, delle persecuzioni, prima di tutto, ma proprio tutto. Quando ero giovinetto, e libero, e felice, così come lo erano tutti i miei parenti. Fingo che nessuno sia morto, ma che sia solamente in un altro posto, che mi sta aspettando. E più la vita si fa dura, più sono convinto che tutto durerà ancora per poco. 

E allora non sento più il freddo, né la fame,né la paura.
E loro non lo sanno che domani spunterà di nuovo l'alba ed un nuovo giorno prenderà vita, tutto intorno. Ed urleranno contro di me, nella loro lingua che io rifiuto di fare mia, e mi picchieranno, e non mi daranno altro cibo che quella brodaglia maledetta, fatta di niente.
Ma qui ci sarà solo il mio corpo.
Di quello possono farne ciò che vogliono.
Della testa, di ciò che c'è dentro, dei miei pensieri, delle mie convinzioni, della mia dignità non possono impadronirsi.

Non vogliono che li guardi negli occhi. Quando lo faccio mi picchiano per costringermi ad abbassare i miei.
Perché hanno paura di ciò che vi leggono.
E di conseguenza hanno paura di me.
E' questo che mi fa gioire.
Perché alla fine, loro hanno paura.
Ed hanno paura di un sacco di pelle ed ossa come me.

Domani mi portano ai forni.
So già cosa mi aspetta.
Torno libero.
Domani spunterà di nuovo l'erba ed io passerò per il camino.


La premiazione di Mara a Pistoia (foto quotidiano Libertà edizione del 5 dicembre 2009)

Mara Depini di Castel San Giovanni, già più volte “raccontata” ed ospitata in Arzyncampo, ha meritato un nuovo riconoscimento alla 27ª edizione del premio letterario internazionale di narrativa e poesia intitolato a Giorgio La Pira, a Pistoia.

Targa d'argento per il suo racconto Posso andarmene.

Si tratta - spiega - di un racconto ambientato in un campo di concentramento”. Un tema che già in precedenza ha visto l’impegno dell’amica Mara con racconti come Baracca 23, Numeri e dignità oltre a questo poetico e disperato ‘spunterà un nuovo giorno e passerò per un camino’ ripreso dal quotidiano di Piacenza Libertà (edizione del 26 gennaio 2007).

sabato 4 febbraio 2012

“Dicono che faranno una città”, di Remo Bassini, scrittore, in Vercelli

Città gotica, olio su tavola, di Carmela Saedtler

Dicono che costruiranno una città, tra la collina e il mare, fuori dal tempo.
Faranno case di legno, coi camini.
Ci saranno le auto, ma resteranno fuori, in quattro grandi parcheggi.
Dentro la città solo qualche bus elettrico e tante biciclette.
Non ci saranno computer, in questa città, ma due sale cinematografiche, una con prodotti commerciali, l’altra con vecchi o introvabili film per appassionati, e non ci saranno antenne, perché si ascolterà solo la radio, e non ci saranno telefonini, ma cabine, a ogni angolo, e ci saranno feste tutte le sere, fino a tardi ma non fino a tardissimo, e verranno organizzate però a nord, ché a sud, dove è stato realizzato un parco, ci sarà un posto, un bar con una libreria, per chi, non amando né feste né balli, potrà gustare, così, il silenzio, e pazienza se in lontananza sentirà le note di una fisarmonica o di un violino.
E non ci sarà plastica, in questa città.
La spesa si farà con le borse che si usavano una volta, le penne saranno solo stilografiche, i rasoi con le lamette intercambiabili.
C’è tanta gente che sta chiedendo, di questa città.
Gente che vorrebbe incontrarsi in piazza, e poi decidere cosa fare la sera.
Perché la sera, in questa città, si faranno cose.
Ci saranno circoli di lettura, ma anche sale dove la gente potrà giocherà a carte, o a tombola.
O studiare. O raccontare storie. O pensare alla città.
Nessuno, in questa città, mostrerà i propri muscoli o il proprio sapere agli altri.
Si cercherà, in questa città, di fare come fanno i bambini dei villaggi indiani, che quando hanno contrasti parlano e poi parlano e parlano ancora finché non si son chiariti.
E i vecchi saranno i re di questa città.
Avranno rispetto e compagnia.
Così che gli ultimi capitoli lascino un buon ricordo.




Remo Bassini nasce a Cortona, dalle parti di Arezzo, nel 1956. Oggi vive a Vercelli dove s’impegna come direttore del bisettimanale “La Sesia”, come scrittore e infine come blogger. In ogni caso scrive, scrive, scrive. Sempre con una caratteristica di fondo: la grande umanità.

venerdì 3 febbraio 2012

“La valigia rossa”, racconto di Raffaela Ruju, erborista praticante, praticamente strega per autodefinizione, in Trieste

Per anni sono stata custodita in una campana di vetro. Per anni ho tenuto stretto nel pugno della mano destra un brandello di pelle rossa. Mi rendo perfettamente conto che c'era qualcosa in me che all'epoca non andava bene. Vivevo in un albergo alla periferia di Pensiero, una città allungata sul mare che aveva alle spalle una catena montuosa che scendeva a picco sulla strada di Pinta. Eravamo in tredici nell'albergo; sette ospiti e cinque inservienti.  Io ero la tredicesima e passavo la mia giornata a guardare quella massa di carne umana che alitava sui vetri della mia campana. Dal davanzale della finestra dove avevano scavato le fondamenta della mia sferica casetta, potevo contemplare un mondo trasparente come l'acqua mentre il tempo volava insieme al bianco che invadeva il cielo. Il mio occhio quadrato aveva avversione per tutto quello che riusciva a immaginare di un mondo in cui il buio era solo emanazione mentale. Spesso dovevo chiudere gli occhi per ricordare il colore dell'oscurità, quel colore fisico e freddo che bramavo in quei momenti di sole accecante e di labbra invadenti. Odiavo il fiato dei sette che variava di numero a seconda del periodo dell'anno. Mi consideravo comunque una donna felice. Quanta pena per quei corpi sudati. L'orrore mi prendeva solo a pensare alla puzza che poteva infiltrarsi da una crepa sul vetro. Involontariamente di tanto in tanto il mare succhiava ossessivo aspettando di prendere ancora il corpo di una vittima perfetta. Ma non sempre c'erano vittime perfette da risucchiare. Nella maggioranza dei casi alla reception venivano accolte prenotazioni di persone banali che il mare risputava a riva e fu una di queste che raccolse un martello e colpì duramente la campana che mi aveva custodita da anni.

Realtà, di Edward Hopper

Non potete neppure immaginare cosa avvenne quando assaggiai il sale che si diffondeva nell'aria. Mi librai nella mente e scappai. Sembravo una nuvola. Sembravo un soffio di vento. Mi fermai sulla strada allungata del non senso. Vidi un'insegna annerita dal fumo e lessi "Valigeria Ricordi". Scesi in picchiata e atterrai in un pugno di sabbia. La mia mano destra finalmente si aprì e potei osservare quel grumo di pelle. Sapevo benissimo cosa dovevo fare. Entrai per comprare due valigie. Il commesso mi squadrò dalla testa ai piedi quando chiesi una valigia di morbida pelle rossa. Sulla forma potevo accordarmi ma non volli sentire ragioni sul colore e sul materiale. Seppi così che la pelle era stata abolita e anche il rosso era un colore proibito. Mi diressi veloce verso una porta in fondo al negozio e l'aprii con violenza. Riconobbi tutte le mie valigie. Erano lì da troppo tempo. Quante lacrime persi quel giorno. No, non ero più una donna felice. Presi il mio bagaglio e volai fino alla stazione. Il primo uomo che incontrai aveva occhi di fiamma e non mi parve il caso di lasciarlo vagare tra un vagone e l'altro. Così lo sistemai per bene dentro la più piccola e l'abbandonai sul marciapiede. Ora sono qui che guardo dall'alto tutto quello che succede. Non so bene da dove sia spuntata fuori la falce che ho al braccio sinistro e non so chi mi ha messo addosso quest'abito lungo e nero. So che nessuno mi ha sostituito in tutti questi anni e ho tanto lavoro da sbrigare. Devo raccogliere le mie forze e le mie valigie. So molto bene che il vuoto non sentirà la mia mancanza. Ero tornata ad essere come una farfalla immortale che vola di fiore in fiore, sempre a caccia di pollini nuovi. Spero solo di non incontrare di nuovo quel bambino che mi catturò e mi tenne prigioniera in una campana di vetro. Ora mi trovo sulla strada di Pinta, loro mi stanno aspettando e non basteranno queste valigie. Farò due viaggi.


La valigia di cartone, di Antonio Tonelli

giovedì 2 febbraio 2012

“San Martino”, racconto di penna, di cuore e d’immagini dalle parti di Como da Lucia Volpi



Non avrebbe piu visto le mucche quando si fermavano a bere nella pozza d'acqua

La bimba aveva i capelli castani, la pelle chiara e le lentiggini sul naso. A differenza delle sorelle, non era molto condiscendente e per questo sua madre la rimproverava spesso...

A breve sarebbe stato San Martino, il patrono del paese, e come ogni anno, si sarebbe svolta la festa in piazza con la banda che arrivava da fuori. In quel piccolo paese di montagna, il giorno di San Martino non era solo festa, “Fàa Sàn Martín” voleva dire trasferirsi, e questo avveniva quasi sempre l'undici di novembre, perché si rinnovavano i contratti di affitto dei terreni dei contadini, lo stesso giorno in cui la chiesa ricorda San Martino.



Il pensiero che non avrebbe più sentito la voce del fiume passando sul ponte la tormentava

Ogni anno, in quel giorno, in quel paese, diverse famiglie si trasferivano in altre parti d' Italia dove la vita era meno dura, questa volta sarebbe toccato alla famiglia della bambina “fàa Sàn Martin”.

La bimba non voleva lasciare il paese, per lei non sarebbe stato un giorno di festa e non le sarebbe bastata la storia del Santo che tagliò il suo mantello per darne metà al poverello seminudo a consolarla. Ella, non accettava l'idea di non vedere le montagne al risveglio, di non attraversare il ruscello per andare a scuola e non sentirlo rumoreggiare quando era in piena.



Chissà se avrebbe fatto ancora quelle scalette per andare al paese




Mancavano pochi giorni al trasloco ed erano giornate fredde e piovigginose, La bambina teneva il broncio, la mamma cercò di rassicurarla e di aiutarla a comprendere che a volte il lavoro e la famiglia inducono a scelte ardue, ma necessarie.

In quella casa si attendeva l'estate di San Martino, perchè mai come quell'anno avevano sofferto tanto freddo.



San Martino, dalle cascine a monte si scende a valle... La bimba guardava tristemente le mucche scendere dagli alpeggi

mercoledì 1 febbraio 2012

“Il Verbo uccidere”, racconto breve col fiato in gola di Giuseppe Merico da Bologna


Orizzonti lontani, di Margherita Davì
Se devi sboccare vai nel cesso. - Si abbottona la camicia di flanella, la camicia a quadri, guarda dalla finestra, guarda le famiglie nei parchi, in tutti i parchi di tutte le città. Decide di lasciare la città verso sera. Fa il pieno alla macchina e guarda quel poco di sole che è rimasto nel bicchiere. Non crede a sua moglie quando le dice che un giorno tornerà, con queste parole, un giorno tornerò. Non capisce nemmeno le voci nella testa e i proiettili. Quando nacque nel deserto pensò di essere un serpente. Poi quando crebbe capì di essere una merda. Quella che gli prese il cazzo in mano non sapeva che farsene. Era stato a New Orleans e a Seattle una volta, quando suo padre era ancora vivo. E questa gli prese il cazzo in mano. Mangiarono hamburgher al formaggio e passeggiarono per le vie del centro. Non gli disse neanche che aveva un bell'attrezzo.

- Se devi sboccare vai nel cesso, ho detto!

- Mi sono uscite certe strane macchie sulla pelle...

- Cosa ci fai ancora a letto?

- C'era questo blues che suonava e poi ho finito le birre e ti ho aspettato per tutto il giorno...

Quando le spara si ricorda di quand'era piccolo e di sua madre che lo accompagnava alle giostre e come giravano le astronavi, si ricorda di come giravano, ma quando le spara è uccidere la parola madre che lo riempie di assoluta potenza.

- Vieni da mamma, lecca la figa di mamma...

Quando le spara, il proiettile è il verbo che scrive la parola uccidere e tante altre cose, ma ora non ci pensa più. Ama guidare e se la gode, la strada continua a perdita d'occhio, le nuvole sono come schiacciate, come piatte.

Verso l'orizzonte, di Mauro Carbonetta

martedì 31 gennaio 2012

Specchio, specchio d’eteree brame, più bella non v'è nel reame (storie di elfi, racconti di primule da Lucia, fata di fiori)



Omaggio a Lucia Volpi e a Daniele, marito fotografo
E se la vuoi conoscere accompagnandola nei suoi viaggi, clicca qui



I fiori delle fate


Sapete che la primula annuncia la bella stagione e che chi la mangia riesce a vedere le fate?
Io sinceramente non l’ho ancora assaggiata, ma più di una volta ne sono stata tentata.
Quella che ora vi racconto è una leggenda, come tale, non si sa quanto sia reale, ma è piacevole lasciarsi trasportare in altri mondi, e questa ci trasporta nel mondo degli elfi.
Ci sono due tipi di primule e la leggenda parla di quella che si trova nei nostri prati; ha il capo eretto e si chiama vulgaris.
Molto tempo fa gli uomini e gli esseri fatati vivevano sulla terra, ma ognuno per conto suo.
La storia ha inizio in un prato, nei primi giorni di sole dopo un inverno lungo e cupo che aveva rattristato un po’ tutti. Il re degli elfi, affacciandosi da una delle sue torri, vide sulla la terra, ancor secca per il freddo invernale, quei primi annunci di sole e venne colto dal desiderio di far visita alla bellezza del mondo degli uomini. Proprio da quelle parti, in un castello su una collina, viveva un nobile re anziano e superbo e con lui viveva la sua giovane sposa, un po' intimorita da quel marito così altero, un po' melanconica per la solitudine alla quale la costringeva la gelosia del re.
Quel primo giorno di sole, anche la giovane regina attratta dai raggi di luce e dai fiori spuntati così numerosi nei prati, indossò un abito di seta, verde come l’erba, scese le scale e corse, felice come una bimba, verso la primavera.
Le primule emanavano un profumo leggero,
il cuore del re degli elfi, anche se abituato alla bellezza del suo mondo e della sua gente, quando vide quella giovane donna coi capelli lunghi e sciolti, del colore dell’oro, danzare in quel prato di primule gialle con l’abito di seta verde fu preso all’istante e per sempre, si avvicinò alla splendida giovane, promettendole che un giorno l'avrebbe condotta nel suo mondo. Lei, leggendogli nel cuore il sorriso e la dolcezza, si abbandonò a quella promessa sconosciuta di gioia.
La giovane però, era a sua volta sposa di re, e non poteva allontanarsi dal proprio mondo senza il consenso del suo signore.
Passo del tempo e un giorno il re fatato presentandosi alla corte dell’altro re lo sfidò ad un gioco che si giocava in quei tempi. Le prime due vittorie furono del re terreno che imbaldanzito sfidò l’elfo ad una terza partita lasciandogli la scelta della posta.
"Quello che il vincitore chiederà, sarà suo". Disse sorridendo il re degli elfi, ed il re umano - accecato dall'avidità accettò la scommessa.
 Naturalmente vinse l'essere fatato, che espresse il suo desiderio: voleva Lei, la bellissima sposa del re.
Il re degli uomini si accostò alla sposa, stringendo la spada, e tutti i suoi cavalieri con lui, ma il re degli elfi sguainata la sua spada prese ad avanzare impassibile, mentre lui passava la schiera si apriva magicamente, raggiunse la donna e la cinse con il braccio che non impugnava l'arma. I due si sollevarono da terra, sempre più in alto, fino a sembrare due uccelli, forse due cigni, che scomparvero nel sole.
Raggiunsero così la luminosa terra del sovrano fatato, ed è a causa di ciò che scoppiò la prima guerra tra gli uomini ed il popolo degli elfi, il cui re, però, non abbandonò mai la sua sposa mortale.
Si dice che ancora oggi, talvolta, nei primi giorni di sole dopo l’inverno, il re degli elfi e la sua sposa vengano sulla terra a raccogliere le primule dai prati, e sarebbe questo il motivo per cui questi fiori scompaiono così rapidamente dai campi. Qualcuno racconta anche di avere intravisto la sagoma di due esseri, fatati, o forse erano solo due uccelli che volavano in coppia.
Questo fiore annuncia il perenne rinnovarsi della natura e per questo motivo è considerato di buon augurio.
Nel mondo delle fate, si dice che abbia un potere unico, quello di rendere visibile l’invisibile. Ecco perché mangiare le primule è il metodo più sicuro per vedere le fate.




La leggenda della primula vulgaris è stata raccontata da Lucia nel suo blog la domenica 29 marzo (2009)
Naturalmente di Daniele la fotografia, scattata in quei giorni di pioggia 



lunedì 30 gennaio 2012

“Aspettando gli squali”, anteprima della raccolta di racconti di Giuseppe Merico, in libreria a settembre (2009), Coniglio editore

Water drops, by Paolo Curto
Arrivano gli squali, arrivano lentamente, non hanno fretta. C’è della torta in frigo, ne è avanzata, la festa è stata un macello e tu non c’eri, ho cercato le tue spalle, ma tu non c’eri.
La temperatura si è alzata nell’Adriatico, arriveranno…
Marisa era ubriaca e il suo tipo l’ha picchiata, l’hanno visto tutti, io mi sarei sotterrata, dopo hanno continuato ad abbracciarsi come se nulla fosse accaduto.
Ho addosso il tuo maglione, profuma di dopobarba.
Nessuno potra più farsi il bagno a Lecce a Rimini a Palermo.
Io non ti chiamo, non ti chiamerò, ma se torni, se torni c’è della torta in frigo, ne è avanzata…
Ci credi? Arrivano…


Giuseppe alla Fiera del libro di Torino, 2008
Foto reperita in facebook

Giuseppe Merico, bolognese, 34 anni compiuti, single, buddista, scrittore: ha pubblicato una prima raccolta di racconti, “Dita amputate con fedi nuziali” con Giraldi editore di Bologna.
Redattore della rivista argo (www.argoblog.wordpress.com), in attesa di pubblicazione di “Aspettando gli squali”, nuova raccolta in libreria da settembre (era il 2009, ndr) per i tipi della Coniglio editore di Roma. In una parola: nell’attesa passiamo una vacanza tranquilla al mare, si nuota senza pericoli. Ma a settembre, a settembre arrivano …


sabato 28 gennaio 2012

“Chapel”, racconto breve di Maria Cristina Solza, milanese, blogger

L'impagliatore, olio su tela di Angela Melfa



Mentre usciva dalla banca, il semaforo era diventato rosso; l'aria era umida, indecisa se essere pioggia oppure no. Una figura dall'altra parte della strada, seduta su un gradino davanti ad una vetrina, attirò la sua attenzione: un uomo giovane, minuto, riparava sedie impagliate, ad uno degli angoli dove anche suo padre riparava sedie impagliate.

Se lo ricordava bene, un omone con grandi occhi celesti, i capelli ed il viso rossicci, lo vedeva sempre da bambina quando accompagnava la mamma in corso Vercelli, contornato da sedie, e anche da ombrelli. Chissà se esiste ancora qualcuno che porta a riparare l'ombrello, lei per esempio non lo faceva, li comprava da poco prezzo, si autodistruggevano o li perdeva prima.

Poi quando aveva cambiato casa, lo aveva chiamato per rifare l'impagliatura di tre sedie: ora, le sedie impagliate per quanto belle non le comprerebbe più. Era rimasta stupita, ed anche un po' delusa, che fosse venuto a ritirare le sedie a casa, e disponesse di un furgoncino e di un laboratorio, aveva sempre pensato che tutto si svolgesse agli angoli delle vie.

Le sedie gliele aveva anche riportate, a casa, accompagnato da un ragazzino. Il padre si chiamava Bernardo, o Giovanni, non si ricordava bene, il figlio Marco, forse, come il suo. Non ci si fa caso di solito a queste cose, ma pensandoci, questo sconosciuto l'aveva vista crescere.
 
Camminare bambina per mano alla mamma, e da madre, spingere il passeggino. Pensieri veloci, uno dentro l'altro, il tempo di un semaforo. Passandogli vicino lo guardò mentre martellava il telaio di una sedia. L'uomo giovane alzò la testa, due occhi azzurrissimi la scrutarono e le sorrisero, per riabbassarsi subito sul lavoro. Fisionomie.

venerdì 27 gennaio 2012

“Il lago e lo spaventapasseri”, racconto breve di Giuseppe Merico da Bologna

Wood duck, oil on canvas by Jack Barnhill

Si avvicinò al bordo del lago e se ne stette lì a guardarlo. C'erano le anatre coi loro colori che decollavano dall'acqua, dove il lago non era ghiacciato. Si ricordò di una cosa grumosa e ispida come una palla di pelo, all'interno c'erano il lavoro, i giorni della settimana, la postura di quelli che odiava e le parole cattive. Scacciò via il pensiero e lo gettò nel lago, il ghiaccio si ruppe con un suono di ossa spezzate. Più in là c'era un tramonto silenzioso: il sole scivolava rosso attraverso il canneto. Guardò ancora un po' la mota che ne se stava sul bordo, gli parve di vedere un pesce morto, seccato. Guardò meglio ma il pesce non c'era. Poi di colpo lo spaventapasseri gli sorrise. Lui ricambiò il sorriso, si guardò le scarpe sporche di fango e riprese a camminare lungo la strada pensando alla parola "per sempre". Quando rientrò a casa, sua moglie se ne stava in un angolo, vicino alla finestra, piangeva. Lui le chiese cosa fosse accaduto, lei rispose che la tazza di sua madre, quella che le aveva lasciato sua madre prima di morire- quella con il castoro disegnato da una parte- si era rotta. Sua moglie se ne stava lì con i cocci sparsi per terra e non aveva il coraggio di raccoglierli, perchè pensava che se lo avesse fatto, tutto ciò che le rimaneva di sua madre sarebbe andato perduto in un posto buio. Lui la abbracciò, lei continuò con il suo pianto sommesso. Fuori dalla finestra lo spaventapasseri guardava i due mentre i cani randagi abbaiavano e la notte si apprestava con calma a uccidere ogni cosa.

giovedì 26 gennaio 2012

“Nata il 24 Maggio 1915”, racconto contro tutte le guerre di Gianni Langmann da Milano

1917, Truppa austriaca in marcia verso il Monte Nero a nord est di Caporetto  


Era nata a Guastalla,in provincia di Reggio Emilia, il 24 Maggio 1915. Sì, proprio lo stesso giorno in cui le nostre truppe ricevettero l'ordine di partenza per il fronte della prima guerra mondiale. Suo padre aveva 25 anni e da bravo italiano, cosciente di adempiere al dovere al quale era stato chiamato, come centinaia di migliaia di altri coscritti, si presentò al punto di raggruppamento delle cittadine limitrofe, stabilito a Parma.

Da lì avrebbe preso la tradotta militare in partenza per il fronte che avrebbe visto impegnati i nostri soldati nelle grandi battaglie di Caporetto, dell'Adamello e del Piave.

Guastalla, dove abitavano i suoi genitori, dista da Parma circa 40 chilometri. Al tempo non esistevano mezzi di comunicazione e le strade  non erano asfaltate come al giorno d'oggi. Erano polverose e piene di buche e sassi. Il transito era molto difficoltoso e faticoso per chiunque decidesse di recarsi nel capoluogo.

Suo padre, in procinto di partire, venne a sapere dal fratello della sua nascita, avvenuta proprio in quel giorno alle 16,30. Come fare per potere vederla prima di partire? Chiese di parlare al Signor Tenente e, giunto in sua presenza, lo mise a conoscenza della magnifica coincidenza che gli era stata comunicata, e lo supplicò di concedergli il permesso di ritornare a Guastalla, giusto il tempo necessario di una fugace visita per vedere la sua bimba, appena nata.

In un primo momento, l'Ufficiale disse che non era possibile poichè l'ordine di partenza era imminente e se lui fosse risultato assente alla chiama, sarebbe stato considerato disertore, passibile di fucilazione. Aggiunse che lui stesso, come ufficiale superiore, avrebbe subito seri e gravi provvedimenti disciplinari.

Ma la partenza per il fronte fu posticipata di alcune ore e, ad una nuova richiesta del padre, il Tenente valutò possibile esaudire il desiderio del soldato. Gli chiese la sua parola d'onore che sarebbe ritornato in tempo per l'orario di partenza stabilito. Il Signor Tenente, nel comunicargli il permesso disse : "Mi raccomando, veda di tornare e mantenere la parola data, altrimenti ci fucilano tutti e due", e aggiunse guardandolo negli occhi :"Comunque ho fiducia nella sua onestà".

Inforcata una bicicletta sebbene in cattivo stato e malfunzionante, si mise a pedalare e a percorrere i 40 chilometri che lo separavano da Parma a Guastalla. Arrivò a casa, vide sua figlia, la baciò, baciò anche la moglie e con le lacrime agli occhi, disse che aveva dato la parola d'onore al Signor Tenente e il suo dovere era quello di ritornare immediatamente al suo reparto. Chissà quanti e quali pensieri gli vennero in mente durante il percorso di ritorno attraverso le strade polverose della pianura emiliana...

Arrivato a Parma,si presentò al Tenente che, congratulandosi con lui per aver mantenuto la parola data, gli disse : "Bravo!, lei è stato fedele alla Patria nel poco, avrà sicuramente la ricompensa per il suo comportamento leale".

Dopo circa 40 minuti dal rientro nella Compagnia, dal Comando Territoriale, arrivò l'ordine della partenza per il fronte. Ad ogni stazione dove il treno sostava, i militari erano oggetto di attenzione benevola da parte di donne e bambini; alcuni donavano fiori e cibo e oggetti religiosi, dicendo loro che sarebbero stati presenti nelle loro preghiere.

Non tutto però era piacevole; alcuni militari si lamentavano, insultavano chi li salutava, altri bestemmiavano per la sorte avversa che li aveva colpiti.

Poi tutti, Ufficiali e soldati, nei giorni, nei mesi, negli anni successivi immersi nel grande, enorme, crudele conflitto.

Il computo include più di un milione di soldati italiani in ritirata nella disfatta di Caporetto; oltre tercentomila civili in fuga davanti al nemico. Una esplosione di caos assoluto, più di trecentomila soldati italiani furono fatti prigionieri. Molti furono processati e fucilati per diserzione. Poi, a novembre, sul fiume Piave, la logica della guerra mutò il suo corso.

Dopo aver combattuto per tutto il periodo del conflitto, suo padre ritornò a casa sano e salvo. Solo durante un'azione, fu ferito e una scheggia gli era rimasta tra la scatola cranica ed il cuoio capelluto senza danni irreparabili per la sua integrità fisica e psichica.

Naturalmente, considerata la posizione, non volle mai farsi operare. Sosteneva che :"Non faceva male ed era il ricordo della sua giovinezza".

La profezia del Signor Tenente, si era avverata.

Il padre si portò con sè, morendo, la scheggia della bomba di quel conflitto mondiale.

lunedì 23 gennaio 2012

“Il nome della paura”, racconto breve inedito di Giuseppe Merico da Bologna, blogger, scrittore

Ascoltando il mare, olio su tela di Elisabetta Bianchi


Ho visto la luce avanzare dal fondo della stanza, ho aspettato, ho fatto finta di contare, ho cercato di ingannare il tempo, ho cercato di ingannare la mia morte, la luce si è fatta più presente, ha invaso la stanza tutta e poi credo di essere morto, anzi lo so quasi per certo, poi sono morto. Fine.



Questa breve storia che porta all’esito più infausto che un essere umano possa immaginare per la propria vita è iniziata una settimana fa, adesso non pensate a lunedì, non tutte le storie cominciano di lunedì, né tanto meno tutte le settimane. Diciamo che era un giorno qualsiasi della settimana scorsa. Era mattino presto e come mia abitudine, mi ero svegliato prima degli altri, ho lasciato mia moglie di sopra, l’ho lasciata sul letto, sul suo lato, quello di destra, quello più vicino alla porta, anche se dovrei essere io a dormire nelle vicinanze dell’ingresso alla camera da letto, penso sia più un posto da uomo, ma tra me e mia moglie non ho ancora capito chi è che riveste il ruolo di maschio dominante, a mia moglie manca solo il cazzo per il resto è lei il capitano della nave. Io mi limito a preparare colazioni e così facevo quella mattina. Misi su il caffè e aspettai che venisse fuori ascoltando un pezzo jazz che mandava la radio accesa, misi su il latte, il brano jazz era lungo, disposi le tovagliette di plastica sul tavolo, tre, una per me, una per mia moglie, una per Silvia, nostra figlia. Il caffè venne fuori del tutto, il latte cominciò a bollire e il brano jazz si dilungava oltremodo infastidendo la mia pazienza. Odio il jazz. Da sempre. Quando mi avvicinai alla radio per farla tacere, spegnerla o al limite cambiare programma ala ricerca di musica con meno puzza sotto il naso, ecco che lo vidi. Se ne stava dietro il frigorifero, lì dove teniamo l’asse da stiro. Fui colto da uno spavento antico, mi si strinsero le chiappe, i peli sulle braccia si drizzarono e credo mi spuntò pure qualche capello bianco, così, all’istante. Guardai bene, poi mia moglie mi chiamò dal piano di sopra:

 - Filippo, scendo?

- Ehm…sì- Dissi con mezza voce che si infilava su per le scale e l’altra mezza che mi moriva nella gola.

- Filippo?-

- Ehm…. Sì?-

- Cosa c’è?- Fece mia moglie dalla camera da letto.

- Latte, caffè, merendine e il pezzo di torta avanzato da ieri.- Le risposi.

- No, cos’hai ?- Mi disse mia moglie mentre si affacciava dalla porta in cima alle scale.

Guardai dietro al frigorifero. Non c’era più niente.

Mia moglie mi guardò strano, anche io mi guardai strano, poi scese Silvia, nostra figlia e iniziammo la giornata.

A sera, rientrati a casa, ebbi paura, ma lo feci lo stesso, guardai dietro al frigorifero, niente. Quella notte, io e mia moglie scopammo bene, la paura provata al mattino necessitava di essere esorcizzata dal corpo.

Il giorno seguente, aprii la porta del bagno per fare acqua dopo la notte. Dopo aver finito tirai lo sciacquone, con gli occhi ancora mezzi chiusi feci scorrere l’acqua fredda, adoro l’acqua fredda in estate. Mi lavai la faccia, guardai nello specchio, il mio volto, la barba da fare, un brufolo sulla fronte sotto l’attaccatura dei capelli, poi lo vidi, dietro di me, lo vidi attraverso lo specchio. Mi congelai in un attimo, se mi avesse fatto qualcosa non sarei stato in grado di reagire, mi si strinse di nuovo il culo, i peli si rizzarono, la bocca mi si seccò, l’acqua scorreva, la mia faccia gocciolante. Paura. Venne mia figlia a interrompere il terrore.

- Papà?- Mi chiamò oltre la porta chiusa del bagno.

- Sì, Silvia.- Risposi, arrancando tra le parole.

- Papà, hai fatto?-

Mi diressi verso la porta senza guardarmi alle spalle, girai la chiave, vidi mia figlia, la abbracciai, lei mi disse:

- Papà, che fai? Sono grande!-

Continuai ad abbracciarla.

La giornata è trascorsa serena, in macchina, accompagnando Silvia alla scuola elementare, io e mia moglie parlammo del nostro futuro viaggio a Lisbona, saremmo partiti tutti e tre non appena Silvia avesse terminato la quarta. Mancava una manciata di giorni e avremmo preso l’aereo dall’aeroporto Marconi. Quel giorno, escludendo l’episodio del bagno, non accadde null’altro.

Ero inquieto, mi aggiravo per casa con il timore di rivederlo, guardavo sospettoso negli angoli, mentre leggevo il giornale seduto sul divano sollevavo gli occhi e li facevo girare per la stanza, mia moglie se ne accorse e mi chiese:-Cos’hai?- Mi disse proprio così: “Cos’hai?”. Già, cos’avevo? Non le risposi, non risposi a me stesso. Accadde giorni dopo, ero in macchina, sempre di mattina. Aspettavo Silvia e mia moglie. Partiamo assieme, lascio mia moglie in ospedale dove lavora e Silvia a scuola. I platani verdi ondeggiavano nella verde brezza mattutina. Lo vidi sotto un albero, lo guardai, lui ricambiò lo sguardo in qualche modo. Le mie mani cominciarono a sudare mentre stringevo il volante, il motore spento. La paura è reattiva, la paura è utile, se non provassimo paura non saremmo in grado di reagire al pericolo, così dicono, ma talvolta la paura ti blocca, ti irrigidisce così che non puoi fare nulla se non guardare la fonte della paura e il tuo comportamento simile ad una statua di sale. Ti sgretoli. Continuai a guardarlo, non riuscivo a distogliere lo sguardo, se ne stava sotto il platano. Il mio cuore prese ad andare a mille, lo sentivo, sarebbe schizzato via dalla cassa toracica, la mia aorta sarebbe esplosa, sarebbe accaduto qualcosa di simile, se non fosse scomparso. Scomparve.

Ed ecco che venne alla mente un ricordo lontanissimo lasciato fuggire come un cavallo imbizzarrito dalla stalla del passato. Di fatto, i frequenti accessi di paura provati in quei giorni mi riportarono a una paura più antica provata il giorno in cui due miei amici mi legarono ad un palo in una villa che noi chiamavamo “dei fantasmi”. Tutto nacque come un gioco e di gioco si trattava se non fosse stato che mi lasciarono lì legato fino a quando non venne notte. Forse si erano scordati di me, forse i loro genitori li avevano chiamati per la cena, forse eravamo solo bambini. La villa dei fantasmi non era abitata, non più. Ci aveva vissuto un vecchio nobile, lo chiamavano “il conte”. Lo trovarono morto impiccato nella cantina, ai suoi piedi un grosso libro nero che raccoglieva i racconti di Edgar Allan Poe. Fu tutto un mistero gotico, la sua morte, i libri sparsi per terra, la grossa somma di denaro che venne ritrovata tra le pagine di quel libro nero. Il conte non aveva eredi, i soldi vennero stanziati per alcuni progetti comunali, la villa venne messa in affitto, ma nessuno decise di andarci a vivere, così il comune decise di venderla, ma rimase inabitata per anni fino a quando non venne abbattuta come le cose brutte e al suo posto ora sorge il parco comunale. Quella notte però, la villa esisteva ancora e il palo al quale ero legato anche. Il buio arrivò col canto della civetta che si diceva portasse scalogna a chi lo avesse ascoltato, le rane nel fiume, che scorreva non lontano dalla villa, presero a gracidare e a chiamarsi con la loro voce umida. La mia paura montò e divenne più grande di me, più forte di me. Mi decisi ad urlare, chiamai i miei genitori. Non so per quanto tempo me ne stetti lì da solo legato al palo ad urlare. Fatto sta che il mattino dopo ero nel mio letto con la febbre alta e saltai anche la scuola.

Mia moglie salì in macchina, mi disse che avevo il volto pallido, anzi no, disse “faccia”, proprio così, disse:

- Hai la faccia pallida.-

Mi guardai nello specchietto retrovisore. Era vero. Anche Silvia salì in macchina, partimmo. Guidai lentamente pensando alla mia paura, al nome che volevo darle, all’aspetto che aveva. Le macchine ci sorpassavano, guidavo in modo esageratamente cauto. La mia paura non aveva un nome, non aveva aspetto.

Quel giorno e quello successivo non accadde nulla, ma la paura era rimasta, ero sospettoso, aspettavo che sbucasse fuori da qualche ombra, da dietro la tenda, da dentro l’armadio, da sotto il letto, dal vano delle scale, dal bidone dell’immondizia, da sotto la mia scrivania in ufficio, da dentro l’ascensore, dal fondo del parco, dall’uscita di sicurezza del supermercato, dalla notte, dai sogni. Non accadde nulla.

La scuola di mia figlia finì. Quando la andai a prendere, l’ultimo giorno aveva un sorriso che mi diede la forza di continuare, in qualche modo mi svegliò dal torpore irreale nel quale la paura mi aveva condotto, come la morte sul suo destriero, in quei giorni. Anche per mia moglie arrivarono le tanto sospirate ferie. Salutò i suoi colleghi in ospedale e appena mi vide mi baciò con calore, con vigore. Non le dissi mai quello che mi stava accadendo, non ne feci mai parola e forse fu uno sbaglio perché almeno adesso lei potrebbe in qualche modo capire la causa della mia morte. Quel giorno mangiammo fuori, in una trattoria in collina. Mi ero rasserenato, saremmo tornati a casa, avremmo fatto le valigie e il giorno dopo saremmo partiti per il Portogallo. A sera, tornammo a casa. Di solito sono io che apro la porta di casa, che accendo la luce. Così feci quella volta. Girai la chiave nella toppa, aprii la porta, accesi la luce, mia moglie e Silvia erano rimaste un poco indietro, le sentivo sul vialetto, parlavano di costumi da bagno. La luce avanzò dal fondo della stanza, tra la porta della cucina e le scale che portano al piano di sopra. Non era la luce della lampadina che avevo acceso, no, era una luce innaturale, fredda, bianca. Al centro della luce c’era la sua sagoma, non so se mi stesse guardando o parlando, non sentii nulla, nemmeno dolore e nemmeno mi accorsi di tutto il resto, di quando mia moglie e Silvia mi trovarono riverso sul pavimento in una posa sguaiata o di quando venne l’ambulanza con le sirene spiegate nella notte o di quando il medico mi diagnosticò un infarto. In vita, ho cercato di dare il nome a molte cose, l’ho fatto, lo facciamo tutti sin da piccoli. Vediamo la mamma e impariamo a chiamarla “mamma”, poi “papà”, poi “casa” e ancora “pappa”. Diamo un nome a tutto fin quando non muoriamo, fintanto non incontriamo qualcosa come la paura alla quale non riusciamo a dare né aspetto né nome.


Giuseppe Merico da Bologna presentato da esso medesimo


Vesto in nero, ascolto musica discordante,
scrivo storie che cercano punti di rottura,
il mio esordio con “Dita amputate con fedi nuziali” è stato
ben accolto da Sergio Rotino, dalla rivista Inchiostro,
da Luigi Bernardi.
Collaboro con la
rivista Argo (www.argonline.it), scrivo per altre riviste alternative,
il presente racconto è stato scritto per Eleanor Rigby,
pamphlet di Milano.
A breve la mia seconda raccolta di racconti
dal titolo "Aspettando gli squali".



Colgo l’occasione per ringraziare Giuseppe per aver raccolto l’invito a pubblicare un racconto in Arzyncampo. Naturalmente con i più sinceri auguri per un futuro bianco e nero, ovvero di carta ed inchiostro.